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“L'amicizia è un'anima sola che vive in due corpi.” Aristotele
Parcheggio davanti al supermercato, scendo dall'auto e mi dirigo verso i carrelli della spesa quando mi suona il
cellulare. Il prefisso telefonico mi suona familiare, ma non so chi possa essere. Schiaccio il bottone verde:
-Pronto?-
-Ciao, sono il gestore del rifugio. Ti volevo soltanto avvisare che se arriverai presto al rifugio non troverai nessuno.
Arriverà mio fratello più tardi, verso le diciotto.-
-Va bene. Hai fatto bene a avvisarmi.-
-Troverai il bivacco aperto. Potrai rimanere lì mentre aspetti. Comunque non ti preoccupare. Mio fratello arriverà verso
le diciotto. Portati una giacca... Qualcosa da mettere mentre aspetti.-
-Bene. L'importante è che il rifugio sia aperto per la notte e per mangiare.-
-Sì... sì... non ti preoccupare.-
-Va bene. Ti saluto. Ciao e grazie.-
-Ciao.-
Schiaccio il pulsante rosso del cellulare e vado a fare la spesa. Più tardi dovrò andare a casa, cenare e preparare lo zaino.
Due giorni di montagna, milleduecentosettanta metri, stando alle mappe, di dislivello; due ferrate il primo giorno,
pernottamento in rifugio. Al ritorno sentiero esposto dentro un canalone e ferrata in discesa. Sarà una bella gita.
Tiro calci alla porta del bivacco. Non si apre. Chiuso.
Mi sono svegliato alle cinque e trenta del mattino, ho percorso centonovanta chilometri, di cui cinquanta completamente
immerso nella nebbia. Tre ore tra strade e autostrade.
Ho lasciato la macchina al parcheggio degli impianti di risalita alle nove e mi sono incamminato verso la prima via
ferrata. Questa via, per me, non è eccessivamente difficile: una serie di scale verticali non troppo lunghe con qualche
placca verticale fornita di buoni appigli sia naturali che artificiali e un ponte di corde che non mi era mai capitato di
dover passare. Due corde a circa un metro e mezzo di altezza una dall'altra. Su quella inferiore si cammina con i piedi,
su quella superiore ci si attacca con le mani e i moschettoni. Sconsiglio chiunque di fare il contrario...Un buon inizio di
escursione.
Arrivo sulla cima del monte, milletrecentosessantadue metri di quota, settecento metri di dislivello, circa tre ore tra
arrampicata su roccia, pur essendo una via ferrata, e salita tramite appigli artificiali e aggrappandomi alla catena. Un
paio di sigarette fumate, un succo di frutta, una mela e una pera mangiati e bevuti. Acqua, ma non molta. E' novembre e
non fa troppo caldo.
Sulla cima c'è un'enorme croce. Non la guardo: preferisco la vista di una giovane e bella mamma che cerca di evitare al
suo bimbo di fare settecento metri di ferrata senza essere capace di farla e senza dispositivi di sicurezza.
Incontro un signore anziano.
-Buongiorno, è questo il sentiero il sentiero per la funivia?-
-Sì, è questo.-
-Mi sa dire se è da lì che si raggiunge l'attacco dell'altra ferrata?-
-Non saprei. L'ho fatta tanti anni fa. Adesso ho settantasei anni e mi accontento di fare delle passeggiate.-
-Complimenti. A settantasei anni arrivare in questi posti...-
-Quand'ero più giovane andavo anch'io su quella ferrata. Adesso faccio qualche passeggiata.
Ora mangio, devo recuperare gli zuccheri. Sono diabetico.-
-La ringrazio ancora. Buongiorno.-
-Buona ferrata.-
Settantasei anni, diabetico e escursionista. E nessun lamento. Giudicate voi.
Mi avvio lungo il sentiero che presto diventa una strada in cemento. Chiedo informazioni a un bar dove trovo delle
persone intorno ai quarant'anni con gli aperitivi in mano. Dall'aspetto non hanno nulla degli escursionisti.
Uno di loro però mi indica alla perfezione i sentieri e gli incroci che devo percorrere per arrivare all'attacco. Deve averli
percorsi anche lui.
Seguo le sue indicazioni, quelle dei segnavia e quelle che ho preso da internet. Arrivo al bivio per l'attacco in
compagnia di un giovane che va per sentieri con un cane che, dopo aver fatto dei calcoli, se fosse un essere umano
avrebbe più di novant'anni. Il cane cammina con movimenti lenti e probabilmente per lui difficili. Io l'avrei lasciato
nella cuccia.
Lo saluto e mi avvio verso l'attacco della ferrata. Supero facilmente alcune roccette non attrezzate e arrivo alle catene.
Si parte subito in verticale. Questa via ferrata è classificata da difficile a molto difficile, con punteggi delle varie
difficoltà superiori a quattro su una scala da uno a cinque. Sono a quota milletrecento metri sul livello del mare circa e
ne devo ancora fare cinquecento per arrivare al rifugio. Là si potrà mangiare e dormire.
Supero il primo camino verticale sfruttando in buoni appigli, facendo un po' di fatica nel portare verso l'alto i
moschettoni che con le catene faticano a scorrere sulla catena a causa dell'attrito.
Proseguo la ferrata, che tecnicamente si presenta difficile come descritto. La roccia è scivolosa e rende difficile gli
appoggi con i piedi in aderenza sulla roccia. Le catene non sono ben tese come sono normalmente i cavi d'acciaio che di
solito trovo nelle altre ferrate, il che causa sbilanciamenti nelle progressioni in verticale dove si rende quasi sempre
necessario aggrapparsi almeno con una mano alla catena stessa per portare i moschettoni a una altezza tale da rendere
più agevole lo sgancio, per poi riagganciarli al disopra del chiodo che tiene la catena ancorata alla roccia. Oppure
semplicemente per aggrapparvisi in assenza di appigli naturali, o in presenza di appigli che negli anni diventano levigati
e scivolosi e non abbastanza sicuri.
Quasi tutta la via, eccetto i tratti di sentiero, sono in verticale.
Ottimo. Difficile ma ottimo.
Ogni tanto guardo il sole, per rendermi conto di quante ore di luce ho ancora a disposizione. Non c'è nessuno. Soltanto
io e il mio zaino.
Arrivo a una placca in cui la catene sale inizialmente di traverso, poi in verticale. Appigli artificiali: nessuno. Appigli
naturali: pochi, piccoli e levigati. Ottimo.
Inizio l'ennesima salita su di un tratto verticale molto esposto.
Esposto significa esposto. Significa che si è su una placca piatta con il vuoto di sotto, sopra e ai lati. Salgo qualche
metro in traverso, ma presto mi rendo conto di avere stanchezza alle braccia, dovuta anche agli scarsi appigli che mi
inducono indecisione su cosa afferrare per salire e a rimanere attaccato per tempi troppo lunghi, stancandomi . Decido
di scendere sul sentiero. Non sono spaventato ma mi accorgo che questo passaggio è veramente difficile. Cerco di
riposare le braccia per qualche minuto. Devo oltrepassare quella placca. Tornare indietro sarebbe forse più difficile e
richiederebbe troppo tempo. Non ho tutte quelle ore di luce.
Mi aggrappo alla catena e sfruttando aderenza dei piedi e forza delle braccia ritorno al punto in cui avevo desistito. Ho
le braccia stanche, quindi faccio la cosa più ovvia quando su hanno le braccia stanche: le uso per tirarmi su di forza
sfruttando la catena e superare quella placca!
Quella placca avrà il mio rispetto per sempre. Quella roccia era lì che si faceva gli affari suoi e non ha chiesto a nessuno
di essere scalata. Se mi ha reso la “gita” più difficile non è certo colpa sua. Ma l'ho superata.
Arrivo ad una cengia orizzontale. Dai miei appunti la via ferrata dovrebbe essere quasi finita. Percorsa la cengia e
rivoltomi verso il sole, vedo che sta per arrivare il tramonto. Dovrei aver passato la parte più difficile senza dover
trovarmi attaccato a una parete verticale nel buio.
Non è così. Con il tramonto che incombe, mi trovo davanti un camino verticale alto circa una ventina di metri.
Bestemmio, mi tolgo lo zaino e ne estraggo il frontalino. Me lo infilo in testa sul caschetto e accendo la luce, per non
trovarmi a metà salita verticale con pochi appigli, catene non tese e roccia scivolosa in piena notte. Bestemmio ancora e
comincio la salita senza pensarci troppo. Devo arrivare almeno sul sentiero che porta al rifugio prima del buio totale.
Faccio fatica, bestemmio, ogni tanto mi fermo per studiare gli appigli, bestemmio, salgo sfruttando appoggi piccoli e
risicati, in aderenza con i piedi, in appoggio con le mani. Arrivo alla fine della via ferrata. Bestemmio. Il sole non c'è
più e è sostituito dai colori che lo seguono.
Fa buio. Buio totale, ma soltanto intorno a me. Sono ancora abbastanza lucido, nonostante la fatica e il pensiero di
pastasciutta e bistecca. E una birra. Mi incammino sul sentiero in direzione del rifugio, con la vista costante della croce
sulla cima del monte alla fine della ferrata che mi indica che sono a poca distanza dal rifugio. Illumino il sentiero e la
zona circostante con il frontalino per poter vedere eventuali segnavia e bivi dei sentieri. Ci sono parecchi incroci di
sentieri che, considerato che mi trovo in prossimità di una cresta, non possono che portare tutti nella medesima
direzione, ossia quella del rifugio. Nell'oscurità decido di seguire il sentiero più marcato che a volte costringe a
oltrepassare piccoli salti e dislivelli costituiti da roccette e spaccature della roccia, salite per le quali non penso allo
sforzo fisico a cui mi sottopongono e discese che mi fanno riprendere un po' di fiato. Ho la sensazione di camminare
troppo, di aver fatto troppa strada dalla fine delle catene per arrivare al rifugio che ancora non vedo. Ma continuo a
vedere la croce, che per me non ha altro significato che quello della vicinanza al rifugio, alla mia birra, alla mia cena e
al mio letto.
Arrivo ad una salita non ripida. Arrivo al rifugio. Chiuso, ma questo già lo sapevo, come sapevo di dover attendere per
poco dentro al bivacco in attesa della mia birra, della mia cena e del mio letto.
Faccio il giro del rifugio in cerca di porte aperte che portino all'interno del bivacco. Trovo una porta aperta di una
piccola stanza piena di legna. Oltrepasso il lato del rifugio con quella porta e arrivo sulla sua facciata. Ci sono due
insegne enormi: una indica il nome del rifugio, l'altra indica il bivacco. Sotto la seconda scritta ci sono due porte: una
con una maniglia e chiusa a chiave, l'altra senza maniglia e con un ceppo di legno davanti. Provo a spingerla ma non si
apre, così rileggo la scritto sul muro. Non mi sbaglio: c'è scritto “bivacco” e il gestore mi aveva detto che l'avrei trovato
aperto. Bestemmio, ma so che il fratello, colui che mi dovrà servire la birra, la cena e darmi il letto arriverà entro poco
tempo.
Inizio a togliermi l'imbrago e tutta l'attrezzatura da ferrata con la luce del frontalino e indosso maglioni e guanti che ho
nello zaino. Sono fermo da pochi minuti ma il freddo, in assenza di movimento fisico, si fa sentire. Guardo l'ora sul
cellulare: le diciotto e trenta. La persona che dovrebbe aprire il rifugio e darmi birra, cena e letto non arriva. Comincio a
pensare di dover dormire senza birra, cena e letto.
Nella stanzetta della legna. Tutte le altre sono chiuse.
Valuto la possibilità di dover tornare la notte stessa seguendo i sentieri di notte e con la mia mappa ma non so se sia
possibile, considerato che ho camminato e arrampicato per otto ore, sono stanco e non conosco quei luoghi. Cammino
nei pressi del rifugio in cerca di indicazioni e sentieri trovando dei segnavia e decidendo di aspettare ancora un po'
prima di prendere una decisione per la notte. Cerco di aprire tutte le porte del rifugio, trovandole tutte chiuse. Tranne la
stanzetta della legna. Almeno in quella potrei farmi un giaciglio e la legna, per quanto ne so, è lì per essere bruciata. Io
nello zaino ho due accendini. Mi potrei scaldare e mettermi al riparo.
Dopo aver fatto il giro di tutto il rifugio e aver bestemmiato senza ritegno sotto l'enorme croce, torno davanti allo stabile
e guardo nuovamente il cellulare. Il display indica che c'è campo e posso contattare qualcuno. Provo a chiamare il
gestore del rifugio e le tacche del segnale spariscono. Non c'è campo. Forse c'era. In qualche punto in cui sono passato
c'era campo. Ricomincio a muovermi attorno all'area del rifugio, ripercorrendo gli stessi passi. E le stesse bestemmie.
Arrivo all'inizio del sentiero in cui è posto un segnavia. Il telefono indica che c'è campo a sufficienza per telefonare.
Provo a contattare il gestire. Cade la linea e il telefono indica che non c' è campo. Bestemmio. Mi sposto di qualche
passo lungo il sentiero: il telefono indica che c'è campo. Bestemmio e riprovo a chiamare.
-Pronto?-
-Ciao, sono quello che ha prenotato per questa notte e sono al rifugio. Qui non c'è ancora nessuno e il bivacco è chiuso.-
-Non ti preoccupare, mi ha chiamato mio fratello e mi ha detto di aver preso la funivia. Dovrebbe essere lì tra poco. Tu
aspetta pure nel bivacco.-
-Bene. Ma il bivacco è chiuso.-
-No... No, la porta bassa è chiusa ma quella sopra è aperta. Entra pure e aspetta. Dovrebbe essere lì tra poco.-
-Va bene. Aspetto qui. Ciao.-
-Ciao.-
Torno davanti al rifugio, rassicurato dalla telefonata. Riprovo ad aprire la porta senza maniglie posta sotto la scritta
bivacco. Non si apre e opto per la maniere un po' più rudi: tiro un calcio piantando l'intera suola della scarpa sul lato
della porta senza cerniere.
Non si apre. chiuso.
Torno sul lato del rifugio dal quale sono arrivato e ritento di aprire una porta che avevo già visto in precedenza. Non si
apre. Alzo gli occhi: all'altezza della mia fronte c'è un'altra maniglia. La ruoto e si apre la metà superiore della porta.
Quella porta era divisa in due parti: quella inferiore sempre chiusa. Non avevo notato la maniglia in alto. Le porte in
genere hanno una sola maniglia...
Scavalco la parte bassa della porta e entro nel bivacco. La stanza è arredata in maniera semplice con due letti a castello,
qualche sedia e un tavolo. Su un lato della stanza un camino e bottiglie di vino vuote sparse in giro. Sui letti ci sono
coperte in abbondanza per poter passare la notte al freddo e la stanzetta della legna è aperta. I miei accendini funzionano
e se il fratello del gestore dovesse tardare ancora non esiterei a usarli nei confronti dei ceppi di legno che non sono di
mia proprietà! Voglio la mia birra, la mia cena e il mio letto!
Non mi va di stendermi su uno di quei letti, così lascio lo zaino nella stanza, esco e inizio a girare e osservare la zona
circostante al rifugio. Milleduecento metri di ferrata e non sono ancora salito sulla cima. Era più importante pensare alla
mia birra, alla mia cena e al mio letto. Adesso ho trovato il bivacco, la legna e sono certo che il qualcuno arriverà a
aprire il rifugio. Posso pensare alla cima.
Salgo il breve sentiero scalinato per arrivare alla croce, della quale poco mi interessa e mi guardo il paesaggio. A ovest
le luci della città sottostante al monte, a nord e a sud le creste della breve catena montuosa di cui quella su cui sono io
costituisce la cima più alta, e est poche luci di poche case sparse.
Torno al segnavia, dove si può telefonare. Chiamo a casa per avvertire che sto bene e che tra poco entrerò nel rifugio
per mangiare e dormire. Tralascio di parlare della birra, anche se non è un segreto. Poi seguo uno dei segnavia più
importante: quello con la scritta WC. Non si sa mai...
Il WC: una piccola costruzione in muratura a misura d'uomo, nel senso che dentro ci può stare una sola persona. Una
turca e niente porta. Penso alla parola “merda” come imprecazione, ma in quel luogo forse chiunque rifiuterebbe di
lasciare anche quella. Su un lato vedo un canale in metallo scendere da un camino nella roccia per portare acqua
piovana in un recipiente metallico pieno d'acqua lurida. Io qui non mi lavo. Conto di poterlo fare alla meno peggio nel
rifugio.
Torno al rifugio, dove non trovo ancora nessuno. Entro nel bivacco e comincio a guardarmi intorno, seduto su un ceppo
di legno, che si potrebbe bruciare... Quando sento rumore di passi sul soffitto. E' arrivato qualcuno. Birra, cena e letto.
Esco dal bivacco scavalcando la parte inferiore della porta e mi dirigo verso la l'entrata del rifugio, dove vedo una luce
accesa. Birra, pasta e bistecca e letto. Busso alla porta energicamente per farmi sentire fino piano superiore. La finestra
si apre e mi risponde una voce giovane:
-Chi è?-
-Sono quello che ha prenotato per questa notte.-
-Entra dall'altro lato.-
-Va bene.-
Ritorno all'entrata del bivacco, scavalco la porta per l'ennesima volta, prendo lo zaino, esco dal bivacco e entro nel
rifugio. Mi accoglie un ragazzo giovane con i capelli in disordine che mi avvisa che stanno per arrivare la sua ragazza
con un'amica. -Bene- rispondo. Lui mi mostra la stanza in cui avrei dormito, io appoggio lo zaino nella camera, lo seguo
in cucina e gli chiedo una birra.
Cerco di avviare una conversazione con questo giovane che dall'aspetto e dai modi sembra essere abbastanza diretto da
non doversi fare troppi problemi nel parlare schiettamente. Penso alla seconda cosa importante che mi preme in quel
momento.
-Cosa si mangia per cena?-
-Stasera faremo della pasta, poi, se vorrai anche il secondo, c'è della lonza con i funghi. Vorresti dell'altro?-
-No, va bene. Saremo soltanto noi quattro stasera? Tuo fratello mi ha detto che stasera sarei arrivato soltanto io.-
-Sì. Stanno arrivando anche la mia ragazza con un'amica. Aspetteremo loro per cena. Io ho ritardato perché le ho dovute
accompagnare sul tratto di sentiero dove ci sono le catene. Poi ho proseguito da solo. Ho trovato anche del ghiaccio.-
-Io sono uscito dal bivacco quando ho sentito i rumori di passi sul soffitto.-
-Quando sono arrivato ho fischiato. Non ho guardato nel bivacco.-
-Non ho sentito i fischi, ma non è un problema. Avevo chiamato tuo fratello e sapevo che saresti arrivato. Esco per una
sigaretta.-
-Tra un po' uscirò anch'io. Dovrebbero arrivare le ragazze.-
Con la mia birra in mano, esco dal rifugio e mi accendo una sigaretta con il mio frontalino in mano, lasciando il giovane
nella cucina. Vedo delle luci in lontananza sul sentiero dal quale sono arrivato io. Immagino che siano le ragazze e vado
verso la porta del rifugio per avvisare il gestore, che nonostante la sua giovane età assume una grande importanza in
quel momento dal punto di vista umano. Perché? Perché mi deve preparare la cena. Le due luci si avvicinano e sento un
chiacchierio femminile. Nel frattempo esce il giovane, che avviso dell'arrivo di due persone. Guarda nella direzione del
sentiero e si mette a fischiare, mentre io faccio segnali con il mio frontalino. Il giovane parla a loro:
-Ma dove siete finite? Siete in ritardo!-
Il suo tono è deciso e impietoso, segno che conosce le ragazze in arrivo. Due figure minute si avvicinano al mio
frontalino delineando sempre di più le loro sagome. Mi vedono, o meglio, vedono il mio frontalino. Dicono al loro
coetaneo di aver sbagliato sentiero. Poi si rivolgono e me.
-Buonasera.-
-Buonasera.-
-Ragazze, non ditemi buonasera e non datemi del lei. Ho un'età, ma non è così avanzata.-
Faccio appena in tempo a finire la frase che il giovane le aggredisce verbalmente ma amichevolmente.
-Come avete fatto a sbagliare sentiero? Portano tutti qui!-
-Parlando abbiamo preso il sentiero che porta sulle creste. Poi ci siamo accorte di aver sbagliato e siamo tornate
indietro. Abbiamo ripreso il sentiero giusto. Per questo siamo arrivate adesso.-
-Perché siete due somare!-
-Ma stavamo parlando...-
-Andiamo dentro.-
Mi diverto a ascoltare quella conversazione, mentre finisco la mia sigaretta. Per quei minuti sono riuscito a non pensare
alla cena.
Entriamo tutti e quattro e ora riesco a vedere bene le facce delle ragazze. Una mora, l'altra bionda, entrambe con i
capelli ondulati. Entrambe carine.
Aspetto che si sistemino, mentre tra di loro e il ragazzo si scambiano opinioni su come svolgere i lavori al rifugio dopo
cena in vista della domenica in arrivo, con i vari escursionisti che solitamente, dopo qualche ora di cammino nei
sentieri, alla vista del rifugio pensano a mangiare e bere. Capisco che loro dovranno, tra la serata e la mattinata
successiva, cucinare e preparare vivande. Chiedo ai tre se avessero bisogno del bagno, per poi usufruirne io. Volevo
dare la precedenza alle ragazze.
Mi rispondono che non ne hanno bisogno. Finita la birra scendo in camera, svuoto lo zaino e ne estraggo il necessario
per lavarmi. Senza doccia. Questo già lo sapevo.
Entro nel bagno: un'anticamera con un lavandino e un bagno con una turca. Meglio di quello segnalato del segnavia.
Faccio una pisciata, torno nell'anticamera e comincio a spogliarmi. Mi lavo il torso con il sapone portato da casa. Il
rubinetto, come in quasi tutti i rifugi, ha un solo pomello. Un pomello significa che non ci sono acqua calda e acqua
fredda. Significa che c'è soltanto acqua fredda. Mi lavo ugualmente e mi infilo i due maglioni in pile che ho con me.
Non mi basta. Mi devo dare una rinfrescata ai piedi. Come fare? Mi tolgo le ciabatte e i calzini, alzo un piede e lo metto
sul lavandino. Penso ai contorsionisti che riescono a mettersi i piedi dietro al testa. Meno male che i lavandini sono più
bassi. Metto il primo piede sotto l'acqua fredda. Un sollievo, dopo otto ore di vie ferrate. Lo lavo con il sapone, me lo
asciugo e faccio altrettanto con l'altro. Metto dei calzini puliti, un paio di pantaloni di una tuta e mi infilo le ciabatte. Mi
sento meglio e ora non resta che riempire le stomaco con la cena che in compagnia di quei ragazzi si presenta piacevole.
Salgo le scale con il frontalino perché il giovane, al quale dovrò chiedere il nome, mi aveva detto che è meglio non
sprecare troppa energia elettrica del rifugio. Lo stesso vale per il riscaldamento. Mi ritrovo di nuovo nella cucina dove il
ragazzo sta parlando con la ragazza bionda davanti a due arrosti da cucinare per il giorno dopo, mentre la ragazza mora
è seduta al tavolo e ascolta. Sembra che per la cena ci vorrà ancora un po'. Esito per qualche minuto, poi decido di
chiedere al ragazzo un'altra birra.
-Vuoi il bicchiere?-
Non vedo nessun motivo di fare il convenzionale e rifiuto il bicchiere. Chiedo ai tre giovani i loro nomi.
-Io mi chiamo Giorgio.-
La ragazza bionda mi si avvicina e sorridendo con un po' di quello che a me sembra imbarazzo mi dice di chiamarsi
Gina. Le stringo la mano e le dico il mio nome.
La ragazza con i capelli scuri si chiama Clara. Sorride e mi stringe la mano anche lei. Finite le presentazioni Giorgio
ricomincia amichevolmente a sfottere le ragazze per l'errore nell'imboccare il sentiero sbagliato. I suoi rimproveri
sembravano essere più paterni che ironici. Si capiva che conosceva quei monti come le sue tasche, che era il più esperto
dei tre nel muoversi nelle montagne e che parlava più per semplice dispiacere che le ragazze si fossero perse che per
divertimento nel constatare il loro errore. Si era preoccupato per loro e ora sfogava così la tensione accumulata
nell'attesa. Clara e Gina, una la sua ragazza, l'altra un'amica di entrambi, cercavano di difendersi senza contestare troppo
pesantemente, perché capivano il sentimento di Giorgio nei loro confronti.
Guardo i tre ragazzi divertito, stando un po' in disparte e sorridendo senza farlo notare. Mentre questo avviene, Giorgio
e Gina lavorano ai fornelli su due arrosti che continuano a rigirare e insaporire, facendo esperimenti e a volte
chiedendosi se daranno più sapore alla carne o se la rovineranno del tutto. Penso che il giorno successivo l'avrebbero
saputo. Se l'arrosto fosse stato consumato dagli avventori del rifugio, l'aggiunta di brandy e altro sarebbe stata
azzeccata. Se l'arrosto fosse stato consumato dai cani degli avventori del rifugio, non avrebbero più usato il brandy per
quel piatto... Buon per i cani.
Comincio a capire che la cottura degli arrosti, anche considerate le loro dimensioni, sarà lunga e che non si cenerà
prima di un po' di tempo. Chiedo a Giorgio, per non sembrare impaziente, quanto ci vuole per cuocere quegli arrosti:
-Due ore e un quarto.-
-Esco per una sigaretta. Torno tra poco.-
Mi porto all'esterno del rifugio, con il frontalino in mano, la birra nell'altra e il pacchetto di sigarette con l'accendino in
tasca, cercando di nascondere la mia impazienza di cenare. La cena era la seconda cosa più importante della serata, ma
non potevo disturbare due giovani studenti di giorno e lavoratori di sera che camminano per più di un'ora di notte e al
freddo per andare in un rifugio senza comodità per aprire la porta a me e cucinare arrosti. Ancora poco e avrei cenato.
Mi guardo attorno e vedo i contorni delle montagne evidenziato dal contrasto tra il nero assoluto della terra e il blu
velato di luce del cielo. Attraverso la valle che termina ai piedi del rifugio, lo sguardo scorge le luci della città.
Paesaggio stupendo. E freddissimo! Non finisco la sigaretta, le mani sono già fredde e torno all'interno del rifugio in
fretta, mi infilo nella cucina dove i ragazzi continuano i loro lavori al caldo del forno acceso, in una stanza abbastanza
grande per cucinare arrosti e abbastanza piccola da scaldarsi con il calore di un forno.
Continuo a bere la mia birra e a ascoltare i loro discorsi.
Cerco di entrare nella conversazione chiedendo loro se fossero tutti di quella zona, perché i loro accenti mi sembravano
differenti.
-Io sono di qui, però vado a scuola nella loro provincia.-
-Noi siamo della provincia confinante, ma poco distante da qui. Siamo tutti in classe insieme.-
-Che scuola fate?-
-Istituto tecnico agrario. Siamo al quarto anno.-
-Giorgio ha perso un anno. Giorgio, adesso anche lui sa che hai perso un anno.-
Giorgio non risponde. Guarda la sua ragazza in tralice e non aggiunge niente. Capisco il suo stato d'animo e dico:
-Vi svelo un segreto che non sa nessuno nel raggio di dieci metri: anch'io ho perso un anno.-
Giorgio sorride senza voltarsi, le ragazze rimarcano la mia affermazione a Giorgio. L'ho detto per far capire ai ragazzi
che non ero tanto lontano da loro, anche se un po' più adulto. Nel raggio di dieci metri non c'era assolutamente nulla.
Adesso sono più vicino a loro e il dialogo tra noi quattro diventa più confidenziale. Dico loro, come faccio sempre, che
vivo in un luogo famoso per i prodotti agricoli.
Ho detto questo collegandomi al fatto che studiano agraria, ma preciso subito che pur frequentando ambienti inerenti
all'agricoltura da sempre, non ne sono un grande conoscitore.
L'ironia a piace a loro e mi parlano dei loro studi passati e futuri riguardo la materia che avrei dovuto spiegare io. Presto
però i loro discorsi scivolano non sulle materie di scuola ma sui loro compagni e amici, sulle feste e le esperienze
vissute in comune. Loro amici che su schiantano con i motorini guidandoli all'impazzata, fidanzatine e fidanzatini durati
quanto l'arrosto sul forno, esagerazioni tipiche di quell'età. Esagerazioni vissute e comprese, che capisco sono state per
quei tre ragazzi esperienze che li hanno resi più consapevoli e più maturi. Ma ancora non arriva l'ora di cena...
-Che ore sono?-
La domanda di Giorgio è rivolta alle ragazze.
-Le nove.-
-Quant'è che lo sta cuocendo?-
-Un paio d'ore.-
-Li faccio cuocere un altro quarto d'ora. Poi spengo.-
Si avvicina la cena. Ho davanti a me la terrina con la lonza con funghi. Manca poco...
Giorgio mi guarda e mi chiede se ho fame. Mi sento come un bambino davanti all'adulto che gli chiede se è affamato.
Lui poco meno di vent'anni, io più di trenta. Cerco di non dimostrarglielo, e rispondo:
-Sì!-
-Ti va bene pasta al pomodoro? Vuoi qualcosa nel sugo?-
-Fate voi. Metteteci quello che preferite.-
-Gina, prendi il sugo. E' lì dentro.-
-Dove?-
-Nella credenza.-
Da una mobile Gina estrae una scatola di sugo di pomodoro. Tenta di aprirla con l'apriscatole fissato su un tavolo posto
su un lato della cucina. Non ci riesce e si prende un po' di canzonature da parte di Giorgio che prende in mano la
situazione, o meglio il barattolo e tenta di aprirlo, senza riuscirci. Impreca un po', armeggiando con l'apriscatole e
cercando di capire che cosa non funziona. La cena ritarda. Pochissimo tempo e Giorgio riesce a aprire la scatola di sugo.
La cena si avvicina.
Ordina in maniera perentoria a Gina di versare il sugo in una pentola. Gina prende il barattolo con le mani, ma non sa
come prendere la pentola. Appoggia il barattolo sul tavolo e prende la pentola, ma non sa come prendere il barattolo.
Giorgio la canzona di nuovo, ma non sa come prendere pentola e barattolo. Io e Clara li guardiamo. Io non saprei come
prendere pentola e barattolo. Giorgio e Gina si ingegnano: lui tiene la pentola, lei tenta di versarne all'interno il
contenuto del barattolo. E' un po' impacciata e rischia di versare il sugo sul tavolo. Giorgio la prende in giro e appoggia
la pentola sul tavolo. Prende il barattolo dalle mani di Gina e le ordina di prendere la pentola. Giorgio versa il sugo nella
pentola. Imprecando contro Gina e canzonandola amichevolmente. Gina sorride e risponde con lo stesso tono. Io e
Clara continuiamo a guardarli, ridendo.
La pentola tenuta da Gina con il sugo versato da Giorgio finisce sul fornello. Giorgio accende il fuoco e chiede alle
ragazze cosa vorrebbero aggiungere. Qualche minuto di disquisizione tra i tre con confronti sulle rispettive arti culinarie
tramandate di generazione in generazione dalle rispettive famiglie e giunte alla massima espressione con la loro
fantasia. Alla fine nel sugo viene messo del formaggio. Ottimo. Mi pongo un interrogativo: come faranno i due a tirare
fuori il sugo dalla pentola? Pochi attimi e vedo Giorgio con un cucchiaio da cucina in mano mentre mescola il sugo.
Dilemma risolto.
Si avvicina a me sempre di più lei. Lei chi? Clara? Gina? No. La cena. Clara si alza dalla sua sedia di fronte a me e
comincia a preparare la tavola: tovaglioli di carta, posate, piatti e bicchieri chiedendo a Giorgio dove trovare i vari
oggetti. Chiede agli altri che cosa vogliono da bere. Bibite e acqua per tutti e tre. So che devono travasare il vino nelle
bottiglie dopo la cena e non voglio costringerli a iniziare il lavoro in anticipo appositamente per me a pochi minuti dalla
cena. Mi chiede cosa voglio da bere. Rispondo che mi basta dell'acqua.
Mi porta una bottiglietta d'acqua mentre Giorgio e Gina cercano di capire come scolare la pasta. Ci riescono con un
mestolo forato che Gina trova grazie alle indicazioni di Giorgio.
Mi versano la pasta sul piatto, una dose normale. Ne avrei mangiata il doppio, ma nonostante la richiesta di Gina se ne
volessi ancora, ho preferito rifiutare e aspettare che versasse il resto della pasta negli altri piatti. Nella pentola rimane
ancora un po' di pasta e Gina chiede se qualcuno ne vuole ancora. Resisto ancora ai miei istinti famelici stimolati da otto
ore di vie ferrate, quando Gina, al rifiuto di Giorgio e Clara di accettare altre penne al pomodoro con l'artistica e frutto
di alta maestria aggiunta di formaggio, chiede a me se voglio ancora di quella delizia. Non l'avevo ancora assaggiata e
non sapevo se fosse una delizia, ma ne avrei mangiata un tir.
-Se nessuno la vuole... Sì grazie. Buon appetito.-
-Buon appetito.-
-Buon appetito.-
-Altrettanto.-
Iniziamo a mangiare con calma, i tre ragazzi continuano a conversare sulla loro vita in pianura: la scuola, i loro
passatempi, il mulo di Giorgio, che come mi spiega ha fatto acquistare dal padre per non dover ricorrere all'elicottero
per i rifornimenti al rifugio.
-E' lento, ma riesce a portare su molto peso. A volte capita che arrivino molte persone e che le scorte di generi come
l'acqua finiscano o scarseggino per il giorno successivo. Così non ho bisogno di chiamare l'elicottero per piccoli
approvvigionamenti. E poi da bambino ho sempre voluto un mulo. Ora sono abbastanza grande da poterci badare.-
La scuola, il rifugio e il mulo. Giovane, ma si da da fare.
Finiamo tutti e tre la pasta. Il sofisticato sugo di pomodoro con formaggio era buono. Giorgio, Gina e Clara non hanno
più fame. Io sì.
-Vuoi il secondo?-
Per un attimo esito, perché gli altri non lo mangiano. Poi rispondo.
-Sì.-
Giorgio capisce subito. Prende la terrina con la lonza e ne mette una a scaldare.
-Ne vuoi ancora?-
Non esito.
-Sì.-
Giorgio capisce subito e mette un'altra fetta di lonza.
Poi i discorsi scivolano un po' alla volta su Gina. Io la vedo come una ragazza normale, con i suoi problemi e la sua
freschezza di diciottenne, come gli altri due. Ma Giorgio, che non perde occasione per canzonarla, mi fa notare che il
suo comportamento non è come è comunemente.
-Stasera sei proprio rimbambita! Non ci sei proprio! Sei stanca.-
-Non sono stanca.-
-Sì che sei stanca. E hai freddo. Vuoi che accenda la stufa?-
Clara osserva Gina con sguardo amichevole. I tre devono essere molto amici. Non noto nessun segno di disagio in Clara
per le attenzioni di Giorgio nei confronti di Gina.
-No, non mi serve la stufa.-
-Ma hai freddo! Non hai il giacca?-
-Sì, ma non ho voglia di alzarmi per prenderla.-
Gina è seduta con le maniche del maglione tirate sulle mani, le gambe accavallate, la schiena curva in avanti e le spalle
contratte. Non piace nemmeno a me vederla così.
-Vai a prenderti la giacca!-
L'affermazione di Giorgio è secca e decisa. Gina capisce di doverlo ascoltare. Si alza quasi di scatto, come per arrivare
alla giacca prima che il freddo l'avvolga.
Torna subito dopo con la giacca addosso. Si siede di fianco a me nella medesima posizione.
-Sei una cretina. Tu non la vedi stanca?-
Giorgio si rivolge a me.
-A me sembra normale. Però non la conosco come voi.-
-Io la conosco. Arrivati a un a certa ora, comincia a comportarsi così.-
Gina comincia lentamente a rilassare i muscoli e a assumere una posizione più rilassata. Parlandoci scopro che svolge
anche attività sportiva, che quando può le piace cucinare e che durante il fine settimana in montagna dovrà, oltre a
lavorare nel rifugio, studiare per il lunedì. Non chiedo a nessuno come va il loro rendimento a scuola. Quando lo
chiedevano a me, cercavo di divagare. Se insistevano, mandavo a quel paese. Ho pensato che fosse meglio non
chiederlo nemmeno a loro.
Il campanello del timer del forno suona. Lonza e funghi... Giorgio si alza ancora facendo battute sul comportamento di
Gina, mentre Chiara lo ascolta sorridendo. Sorrido anch'io, più per la lonza e per i funghi che per canzonature di
Giorgio nei confronti di Gina. Giorgio mette la carne sul piatto e me la porge, io ringrazio e continuo la cena, non
preoccupandomi troppo del fatto che gli altri non mangino.
Finisco la carne ascoltando le loro vicende scolastiche, con compagni di classe che rischiano una bocciatura che Chiara
non vuole, Giorgio che lamenta la mancanza di sonno perché, tra scuola, rifugio e somara deve alzarsi presto la mattina
e tra amici e fidanzata deve andare a letto tardi la sera e Gina che, dopo la mia osservazione sul fatto che avessero
dimestichezza nel cucinare, mi racconta che ogni tanto si diverte a cucinare per la sua famiglia a casa e io che rispondo
che vivo per conto mio, quindi mi faccio da cucinare da solo e che ho meno pratica di loro nel cucinare.
Mi dice anche che le piacerebbe vivere da sola. Le racconto la mia esperienza e le spiego che c'è bisogno di
indipendenza economica, ma che si può fare quello che si vuole. Non male. Le dico questo perché, a diciotto anni e
essendo studentessa, non credo che si possa permettere un affitto. Ma è anche vero che, anche se molti devono fare
qualche sacrificio, vivere da soli per altri versi da molta libertà.
La cena è finita e decido di andare a fumare una sigaretta. Lascio i ragazzi nella cucina a sparecchiare la tavola e esco
dal rifugio con il mio frontalino. All'esterno spengo il frontalino e accendo la sigaretta. Fa freddo e sono senza guanti e
in ciabatte. Fumo mezza sigaretta e ritorno dentro al rifugio. In cucina c'è più caldo.
I ragazzi stanno ancora sparecchiando la tavola mentre parlano del vino da travasare. Dopo il travaso del sugo di
pomodoro sono un po' timoroso per la sorte del vino. Per il pomodoro si trattava di travasare da un barattolo a una
pentola. Per il vino potrebbe essere più complicato: si tratta di una tanica da travasare in molte bottiglie...
Il problema non si pone: gli escursionisti difficilmente disdegnano di bere del buon vino durante un pasto in un rifugio,
dopo qualche ora di cammino. E gli escursionisti in quel rifugio non mancano nemmeno d'inverno, quindi al rifugio si
consuma parecchio vino, quindi i ragazzi sono attrezzati e capaci di travasarlo. Chiara non si sente molto bene, è stanca
e decide di stendersi un po'. Esce dalla cucina e scende in camera per stendersi. Giorgio e Gina travasano il vino senza
troppi intoppi, mentre chiedo che vino sia e se fosse possibile assaggiarlo.
-L'abbiamo portato in rifugio e travasato perché sia bevuto...-
Giorgio è un ragazzo che non usa troppe formalità. Dicendo così mi dice che il vino si può bere e che ho fatto una
domanda stupida. Mi ha preso per il culo, non mi offendo e sorrido. La tanica si svuota e si riempiono le bottiglie.
Chiedo a Gina e Giorgio se avessero voglia di bere un po' di vino. Giorgio mi dice che il vino non gli piace, Gina è
indecisa. Ho voglia di assaggiare un po' di quel vino e non mi va di bere da solo. Chiedo nuovamente a Gina se mi fa
compagnia e lei questa volta non rifiuta. Giorgio prende due bicchieri mentre Gina si risiede sulla sedia di fianco alla
mia. Giorgio ci versa il vino, poi va dalla sua fidanzata per vedere se sta meglio.
-Domani mattina farò colazione con l'arrosto, per sentire se è buono.-
Gina ride, mentre sorseggia il suo vino.
-Mi hai detto che svolgi attività sportiva. Che sport pratichi?-
-Nuoto. Faccio parte di un associazione sportiva.-
-Passi i fine settimana in montagna e pratichi il nuoto? Mi aspettavo qualche sport di montagna.-
-Qui vengo soltanto per dare un a mano a Giorgio e Chiara.-
-Me ne sono accorto. Hai lavorato tutta la sera e Giorgio ha già deciso di farti sgobbare anche domani...-
Gina sorride ancora.
-E' perché Chiara sta male. E poi domani arriveranno un po' di nostri amici. Tu a che ora parti domani?-
-Al mattino. Devo tornare alla stazione della funivia e mi ci vorrà tutta la giornata. Voglio fare una ferrata in discesa.-
-Potresti rimanere qui a mangiare e prendere la funivia.-
-Non so, deciderò domani.-
Giorgio torna in cucina seguito da Chiara.
-Avete voglia di una partita a carte?-
Ci guarda e attende una risposta. Io non parlo perché non gioco a carte da anni. Le ragazze accettano e io mi adeguo,
dopo aver chiesto le regole del gioco. Giorgio me le spiega mescolando le carte e distribuendole, io non le capisco e
inizio a giocare. Osservo gli altri e chiedo ulteriori spiegazioni durante il gioco. Io e Giorgio vinciamo la prima partita.
Tocca a Gina mescolare e dare le carte. Le mescola e comincia a distribuirle. Non ci riesce, perché Giorgio inizia a
deriderla amichevolmente come ha fatto per tutta la sera. Gina infatti non fa tagliare il mazzo a Giorgio e distribuisce le
carte nel verso sbagliato. Io non me n'ero accorto, sto zitto e sorrido senza farmi notare da Gina perché forse avrei fatto
la stessa figura. Gina e Chiara ridono agli sfoghi bonari di Giorgio mentre Giorgio riprende in mano il mazzo di carte
rimescolandole come avrebbe dovuto fare Gina. Riprendiamo a giocare e questa volta conosco un po' meglio le regole e
comincio a capire come prendere più punti. La partita finisce, io e Giorgio perdiamo e vincono le ragazze. Facciamo
un'altra partita, non bado troppo alle regole. Vinciamo io e Giorgio.
Sono circa le undici di sera e siamo tutti svegli dal mattino presto. Io, come già detto, ho passato la giornata attaccato a
catene e pareti verticali per otto ore. I ragazzi hanno avuto anche loro una giornata piena.
Li saluto e scendo in camera. Mi metto a letto vestito, nelle camere non c'è il riscaldamento, ma ci sono delle belle
coperte. Domattina partirò per tornare a casa.
Mi sveglio con il suono del cellulare. Il suono che sento tutte le mattine, cioè la sveglia per andare la lavoro. “Porca
putt... tro...”. Ho dimenticato di disattivarla e mi ha svegliato alle cinque e trenta del mattino. Spengo la sveglia e mi
giro dall'altra parte, sotto le coperte del letto a castello in cui dormo. Sonnecchio per un po', poi decido di alzarmi.
Guardo l'ora: le sei e trenta. Penso di alzarmi e fare colazione, se qualcuno dei ragazzi si è già svegliato, poi partenza e
ritorno a casa.
Mi infilo le ciabatte e esco dalla camera. Vado in bagno e mi lavo la faccia, dopodiché torno in camera per asciugarmi.
Esco di nuovo, salgo le scale dove sento già dei rumori: qualcuno è già in piedi. Entro in cucina e trovo Giorgio intento
nei lavori mattutini del rifugio. Non c'è traccia dell'arrosto, ma sul tavolo trovo una torta.
-Buongiorno.-
-Buongiorno.-
-Ti sei alzato presto. Le ragazze stanno ancora dormendo?-
-Chiara sì, Gina sta arrivando.-
-Esco a vedere l'alba.-
Esco dal rifugio e guardo il paesaggio. Il sole sta salendo e è bellissimo guardare i suoi colori illuminare il cielo
contrastando il buio, che adesso si trova al disotto dell'orizzonte, in un momentaneo rimescolamento degli elementi. Mi
accendo una sigaretta e penso che tra un po' chiederò a Giorgio se è possibile fare colazione, così da partire presto. Non
dovrei avere problemi per le ore di luce, ma devo comunque fare milleduecento metri di dislivello, con un sentiero
considerato difficile e da percorrere con calma e una ferrata in discesa. Per me il percorso non dovrebbe essere
eccessivamente difficile, sicuramente meno di quello di ieri, ma non conosco il sentiero e potrei incorrere in imprevisti.
Mentre sto fumando la mia sigaretta esce Giorgio, che mi fa una descrizione del paesaggio. Mi dice nomi di cime e
paesi che si vedono dal rifugio, mi racconta particolari e aneddoti di quei luoghi. Io li ammiro e ascolto le sue parole,
non esattamente da cantastorie, con il suo stile espressivo da diciottenne senza troppe sfumature. Finisco la sigaretta e
rientriamo nel rifugio. Andiamo in cucina dove troviamo Gina.
-Buongiorno.-
-Buongiorno. Dormito bene?-
-Sì, fino a quando non mi è suonata la sveglia alle cinque e trenta...-
Lei sorride.
-E' la mia sveglia quando vado al lavoro. Non l'ho disattivata...-
Sorride ancora.
-Ti aspetta una giornata dura. Giorgio ha intenzione di farti sgobbare tutto il giorno.-
-Sì, e ho già cominciato.-
-E' possibile fare colazione?-
-Sì. C'è la torta.-
Me lo dice molto gentilmente, senza aggiungere altro. “O quella, o ti fai cinquecento metri di dislivello, se vuoi
dell'altro!” Questa è stata la mia interpretazione. Ma la dolcezza con cui ha pronunciato la frase, mi ha convinto della
torta e mi ha strappato anche un sorriso.
-Abbiamo tè, caffè e latte. Cosa preferisci?-
-Tè e caffè. E torta.-
-Te li preparo subito.-
Mi siedo al tavolo e lei prepara le tazze per me e per gli altri ragazzi. Mi serve una tazza di tè, subito seguita dalla torta
e dal caffè.
-Voi non fate colazione?-
-Chiara è ancora a letto e io aspetto Giorgio.-
Inizio a mangiare la torta, mentre lei continua i lavori in cucina. Mi viene in mente l'invito della sera precedente a
rimanere anche per il pranzo ma non dico niente, perché preferisco partire subito e fare tutto l'itinerario che mi sono
prefisso. La compagnia dei ragazzi è stata molto piacevole, ma ho parecchie ore di cammino da fare e non vorrei
trovarmi di nuovo in mezzo le montagne con il buio.
-Vuoi ancora tè?-
-No, grazie. Pensi che ci sarà molta gente oggi? Sembra una bella giornata.-
-Non so, non vengo molto spesso qui. Arriveranno un po' di nostri amici.-
Finisco di mangiare e mi alzo.
-Grazie per la colazione. Vado a fare lo zaino. Tra un po' parto.-
Scendo nella camera e inizio a radunare le mie cose per rifare lo zaino. Lascio fuori la cartina geografica, per poter
indicare il sentiero che ho intenzione di fare a Giorgio e avere maggiori indicazioni.
Risalgo e esco dal rifugio. Mi accendo una sigaretta e apro la mappa. Trovo il sentiero che mi interessa, mentre
cominciano a arrivare i primi escursionisti. Li saluto e ci scambio due parole. Poi esce Giorgio, che li saluta in maniera
familiare. Devono essere alcuni dei suoi amici, anche se non sono dei ragazzi come lui.
-Giorgio, mi sai dare indicazioni su questo sentiero?-
Gli indico il sentiero sulla mappa, dove è segnato in modo impreciso.
-Non capisco bene che sentiero sia. Deve essere quello delle creste, che poi scende dal canale e si ricongiunge con la
ferrata che parte dalla strada.-
-Deve essere quello. Vorrei farlo al posto della seconda ferrata che ho fatto ieri e poi fare l'altra ferrata in discesa.-
-Allora devi riprendere il sentiero che hai percorso ieri per arrivare qui. Poi trovi il segnavia che ti indica quel sentiero.
E' quello che ho fatto io ieri sera con le ragazze.-
-Dovrebbe essere quello. Adesso è meglio che parta. Posso pagare il conto?-
-Sì. Vieni dentro.-
Chiedo un paio di bottigliette d'acqua per il ritorno e pago il conto.
Vado in cucina seguendo Giorgio dove troviamo Gina impegnata con i lavori di cucina.
-Ragazzi, vi saluto. Torno a casa.-
-Parti adesso?-
-Sì. Devo camminare un bel po' e c'è parecchio dislivello.-
-Ciao. Torna quando vuoi.-
-E voi, se passate dal mio paese e sentite della musica uscire dalle finestre di un appartamento, sapete già che sono in
casa!-
Si mettono a ridere entrambi.
-Salutatemi anche Chiara. Ciao-
-Ciao.-
-Ciao.-
Esco dal rifugio, mi infilo lo zaino e riprendo il sentiero per cui sono arrivato. Se non ci saranno sorprese, sarò in
macchina prima che faccia buio.
Durante il tragitto sul sentiero incrocio parecchi escursionisti, con molti dei quali scambio qualche parola. Tutti diretti al
rifugio.
-Oggi c'è l'arrosto.- dico a tutti.
Trovo l'incrocio tra il sentiero che sto percorrendo e quello da imboccare. Come descritto nei miei appunti, si presenta
subito come un normale sentiero, per poi divenire franoso e ripido. Può essere pericoloso, quindi procedo con calma.
Dopo aver superato tutte le difficoltà del giorno precedente, con le due ferrate, le pareti scivolose con le catene che
rendevano più difficile la risalita, la “passeggiata” con il buio su sentieri che non conoscevo e i calci alla porta del
bivacco, sarebbe stato scoraggiante farmi male per una banale scivolata sulla ghiaia.
Attraverso tutto il canalone e continuo nel sentiero che adesso porta all'attacco della ferrata finale che devo percorrere in
discesa. Poco prima c'è il bar nel quale ho chiesto informazioni ieri. Sono ancora a metà mattina e a metà tragitto. Una
pausa per un caffè ci sta bene. Arrivo al bar: chiuso. Bestemmio e procedo lungo la strada asfaltata e verso l'attacco
della ferrata. Vedo l'insegna con la scritta “ristorante” e sotto quella, piccola piccola, la parola “bar”. Mi infilo nel
vialetto che porta all'entrata e, arrivato su un lato del ristorante trovo un signore anziano con un binocolo.
-Buongiorno.-
-Buongiorno.-
-E' aperto il bar?-
-Sì, è aperto.-
-Grazie.-
Entro nel bar e mi accorgo che il signore mi segue.
-Cosa desidera?-
-Un... Panino.-
La scritta “ristorante” e qualche ora di cammino, con il pensiero della ferrata da ridiscendere, mi hanno stimolato la
fame.
-Come lo vuole il panino?-
-Che cosa avete?-
-Prosciutto, porchetta, salame, formaggio.-
-Porchetta. E un'aranciata.-
L'uomo chiama un nome femminile. Dalla cucina esce una signora all'incirca della stessa età del signore. Capisco che
sono marito e moglie e il marito dice alla moglie di preparare il panino, mentre lui tira fuori la bibita.
Inizio a chiacchierare con i due e dico loro che sto per fare la ferrata che parte vicino al loro ristorante in discesa. Mi
dicono che sono in pochi a fare le ferrate in discesa. Rispondo che ho percorso quella ferrata anche il giorno precedente
e che successivamente sono arrivato al rifugio percorrendo anche l'altra ferrata. Intanto la signora mette pane e
porchetta in forno.
-Ma sei andato da solo?-
-Sì. Pensavo di incontrare qualcuno ma non ho trovato nessuno. Quella ferrata è molto difficile.-
-Ieri ho visto qualcuno che saliva da solo con il binocolo. In attesa dei clienti mi siedo fuori e guardo quelli che vanno
sulle ferrate e che vanno a arrampicare. Aveva qualcosa di bianco.-
Ci penso un po', ma io non ho niente di bianco.
-Non ero io. Non ho niente di bianco.-
-Forse le scarpette.-
All'improvviso mi ricordo di avere le scarpette da arrampicata attaccate allo zaino, di colore bianco.
-E' vero. Dovevo essere io.-
L'affermazione dell'anziano mi rincuora. Adesso so che non ero solo in quelle pareti a bestemmiare.
Poi la coppia inizia a raccontarmi la storia di quella ferrata, compreso l'aneddoto in cui uno di coloro che aprirono
quella via, morì proprio in quella via. Io l'avevo percorsa in solitaria il giorno precedente...
Finisco il panino e la bibita e ordino il caffè. La signora me lo serve e al momento di pagare scopro che me lo offre.
Ringrazio e riparto verso l'attacco della ferrata.
Pochi minuti e sono di nuovo sotto la croce dove avevo visto la bella mamma con il marmocchio in preda al desiderio di
diventare scalatore di vie ferrate senza essere capace di farle e vedo un'altra bella e giovane mamma che rincorre un bel
marmocchio che vuole andare a dare da mangiare dell'erba a una mucca. Tra la croce, il marmocchio, la mucca e la
bella e giovane mamma, il mio sguardo si posa sulla bella e giovane mamma...
L'attacco della ferrata si trova poco sotto la cima, dove mi siedo per indossare l'imbrago e l'attrezzatura per percorrerla.
È appena passato mezzogiorno e so di avere tutto il tempo per scendere con calma, considerato anche che a quell'ora
incontrerò di certo parecchia gente in salita. Comincio a scendere, l'inizio della ferrata non è troppo difficile e per me
non dovrebbe esserlo nemmeno il resto del percorso.
Poco dopo incrocio i primi escursionisti in salita. Mi metto in una posizione tale da consentire loro il passaggio, che
avviene in un punto dove questa manovra non mi è complicata, tanto da rimanere in alcuni casi a parlare e a scambiare
informazioni riguardo quella e altre ferrate, compreso il tempo restante per concludere la gita.
Scendo con calma le scale e le placche verticali, passo tranquillamente il ponte di corde dove trovo persone che
preferiscono non passarlo optando per il tratto di ferrata alternativo.
Persone di tutte le età e di tutte le professioni, con scarponi, imbrago, corde e moschettoni attaccati a catene per fare
settecento metri di dislivello e che, se non andranno al ristorante, non potranno nemmeno bere un caffè perché
troveranno pure il bar chiuso!
Fine della ferrata. Poche centinaia di metri e sarò al parcheggio in cui ho lasciato la macchina, dove c'è un bar con
doccia per gli escursionisti che tornano dalle montagne e che si sono lavati i piedi nei lavandini. Farò una doccia e
tornerò al mio appartamento.
Una settimana dopo
-Pronto?-
-Ciao, sono quello che ha dormito lì la settimana scorsa con Giorgio e le ragazze. Posso parlare con lui? Vorrei
salutarli.-
-Aspetta... Guardo dov'è... Sta pulendo la porta sotto la scritta “bivacco”, qualcuno deve averla presa a calci.-
-E chi potrà mai essere stato?..-
-Qualche stronzo!-
-Lo penso anch'io...-
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